Tutto il mio mondo

Autore: Maurizio

  • Una pedagogia non lineare

    Una pedagogia non lineare

    Chow, J.Y., Davids, K., Button, C., Shuttleworth, R., Renshaw, I., Araújo, D. (2007), Review of Educational Research

    Questo articolo costruisce il ponte tra la teoria dei sistemi dinamici e l’insegnamento pratico in educazione fisica. La tesi centrale: l’allievo va concepito come un sistema non lineare complesso, non come un ricevitore passivo di istruzioni sequenziali. Da qui nasce la Pedagogia Non Lineare — un approccio all’insegnamento che usa la manipolazione dei vincoli, non la trasmissione diretta di tecnica, come strumento didattico principale.

    Gli autori sostengono con rigore accademico (l’articolo è tra le più autorevoli al mondo in scienze dell’educazione, non solo sportive) che questo modello spiega meglio perché certi metodi di insegnamento dei giochi funzionino più di altri.

    Il riflesso pratico. Insegnare non è costruire una scala di passaggi dal semplice al complesso: è progettare situazioni in cui l’allievo esplora, sbaglia, e trova le proprie soluzioni — spesso diverse da allievo ad allievo, e proprio per questo più solide.

  • Decidere senza pensare

    Decidere senza pensare

    Araújo, D., Davids, K., Hristovski, R. (2006), Psychology of Sport and Exercise

    Fino a quel momento, la scienza della decisione nello sport aveva preso in prestito i modelli dell’economia comportamentale: l’atleta come agente razionale che pesa opzioni e sceglie la migliore. Questo articolo propone un’alternativa: la decisione non è un calcolo che precede l’azione, ma una proprietà che emerge dal rapporto continuo tra l’atleta e le opportunità d’azione che l’ambiente gli offre in ogni istante.

    Gli autori mostrano, con dati sperimentali preliminari, come i cambiamenti nei vincoli della prestazione spostino l’atleta verso punti di svolta in cui una scelta diventa più probabile di un’altra — non perché “decisa” a tavolino, ma perché resa disponibile dal contesto.

    Il riflesso pratico. “Leggere il gioco” non è un esercizio mentale separato dall’azione: è percezione diretta di possibilità. Allenare la decisione isolandola dal contesto percettivo reale (per esempio con esercizi puramente cognitivi, video-based, senza il corpo in azione) rischia di allenare qualcosa che in gara non esiste

  • Il muscolo che parla al cervello – parte 2

    Il muscolo che parla al cervello – parte 2


    I due studi della Parte 1 mostrano un effetto – l’ippocampo cresce quando ci si allena – ma non spiegano come un muscolo che si contrae in una gamba possa cambiare qualcosa dall’altra parte del corpo, dentro il cranio. La risposta comincia a prendere forma nel 2013…, quando il gruppo di Christiane Wrann pubblica su Cell Metabolism la scoperta di una catena di segnali che parte dal muscolo e arriva fino ai geni neuroprotettivi dell’ippocampo.

    Il primo anello è una proteina con un nome tecnico, PGC-1α, che si attiva nel muscolo durante l’esercizio aerobico. PGC-1α a sua volta induce la produzione di FNDC5, una proteina di membrana che viene tagliata e rilasciata nel sangue in una forma più piccola: l’irisina. È lei la miochina più studiata — il primo vero “messaggero” identificato che dal muscolo raggiunge il cervello e lì accende l’espressione di BDNF, lo stesso fattore neurotrofico già chiamato in causa nello studio di Erickson.

    Per anni non era chiaro se l’irisina attraversasse davvero la barriera emato-encefalica o si limitasse ad agire da lontano innescando qualcos’altro. Un tassello importante arriva nel 2023, quando un gruppo guidato da Mu identifica il primo recettore noto per l’irisina: una proteina di membrana chiamata integrina αVβ5, presente in abbondanza proprio sulle cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni del cervello. Non è la prova definitiva di un passaggio diretto, ma è il primo indizio concreto di un punto di aggancio fisico tra la miochina circolante e il tessuto cerebrale.

    Il secondo messaggero ha una storia diversa. Nel 2016 Hyo Youl Moon e Henriette van Praag, al National Institute on Aging, non partono da un’ipotesi ma da uno screening: quali proteine rilasciate dal muscolo durante la corsa raggiungono davvero il sangue? Tra i candidati emerge la catepsina B, una proteina fino ad allora poco studiata in questo contesto. Nei topi, la corsa aumenta i livelli di catepsina B nel muscolo e nel plasma; nei topi privati geneticamente della proteina, la corsa smette di produrre i benefici attesi — niente aumento della neurogenesi ippocampale, niente miglioramento della memoria spaziale. Lo stesso schema, sorprendentemente, si ritrova in scimmie rhesus e in esseri umani: dopo quattro mesi di allenamento su tapis roulant, chi migliorava di più la propria capacità aerobica mostrava anche i maggiori aumenti di catepsina B plasmatica — e questi aumenti correlavano con un miglioramento delle prestazioni di memoria.

    Due messaggeri diversi, due studi indipendenti, la stessa direzione: il muscolo non si limita a bruciare energia quando lavora. Rilascia segnali chimici mirati, capaci di raggiungere il cervello e agire proprio sulla regione — l’ippocampo — più sensibile all’invecchiamento e più legata alla memoria.

  • Il muscolo che parla al cervello – parte 1

    Il muscolo che parla al cervello – parte 1

    Tutto è partito da una rivista, non da un laboratorio. Sfogliando Mind di luglio mi sono imbattuto nell’articolo di Frank Luerweg a pagina 24, “Muscoli che curano il cervello”. Una di quelle letture che non si chiudono con la rivista: mi ha lasciato la curiosità di andare a vedere gli studi originali citati, uno per uno. A questi ne ho aggiunto un quinto, una meta-analisi più recente che ho trovato per conto mio e che, come vedremo, complica un po’ le cose — nel modo giusto.

    Il punto di partenza: l’ippocampo cambia forma

    Nel 2011 Kirk Erickson e Arthur Kramer pubblicano su PNAS uno studio che diventerà un riferimento: 120 adulti sedentari tra i 55 e gli 80 anni, seguiti per un anno. Un gruppo faceva stretching e tonificazione; l’altro seguiva un programma di camminata progressivo, non generico: si partiva da 10 minuti a sessione, aumentati di 5 minuti a settimana fino a raggiungere i 40 minuti alla settimana 7, poi mantenuti fino alla fine dell’anno. L’intensità era calibrata sulla frequenza cardiaca di riserva di ciascun partecipante (metodo di Karvonen): 50–60% nelle prime sette settimane, 60–75% per il resto del programma. Tre sessioni a settimana, supervisionate, cardiofrequenzimetro al polso, stretching di riscaldamento e defaticamento a ogni seduta.

    Non è un dettaglio da poco: significa che l’effetto osservato non nasce da “camminare tanto”, ma da un carico di lavoro progressivo e controllato, pensato per portare gradualmente il corpo a un’intensità moderata-vigorosa.

    Dopo dodici mesi, il gruppo che camminava mostrava un aumento del 2% del volume dell’ippocampo anteriore. Il gruppo di controllo perdeva l’1,4% — la traiettoria attesa di un cervello che invecchia. L’aumento era associato a livelli più alti di BDNF nel sangue e a un miglioramento della memoria spaziale

    Una conferma, in un contesto molto diverso

    Un anno prima, nel 2010, Frank Pajonk e colleghi avevano osservato qualcosa di simile in un gruppo molto diverso: pazienti con schizofrenia cronica, una condizione in cui l’ippocampo è tipicamente più piccolo della norma. Il protocollo, pubblicato su Archives of General Psychiatry: 30 minuti di ciclette, tre volte a settimana, per 12 settimane, con intensità personalizzata e progressiva per ciascun partecipante. Il gruppo di controllo giocava a calcio balilla per lo stesso tempo — un’attività socialmente coinvolgente, ma priva di stimolo aerobico.

    Qui una precisazione onesta: il valore esatto dell’intensità di allenamento (espressa come percentuale della frequenza cardiaca massima o della soglia individuale) è riportato nel testo completo dello studio, che è ad accesso a pagamento. Le fonti secondarie disponibili liberamente confermano “intensità personalizzata e progressiva” ma non il numero preciso — non lo riporto per non inventarlo.

    I risultati: +12% di volume ippocampale nei pazienti che pedalavano, +16% nei soggetti sani di controllo con lo stesso allenamento, nessun cambiamento significativo in chi giocava a calcio balilla. Anche qui, più migliorava la capacità aerobica (VO₂max), più cresceva l’ippocampo — correlazione forte (r = 0,71).

    Continua nella parte 2

  • Epitteto — cosa dipende da noi e cosa no

    Epitteto — cosa dipende da noi e cosa no

    Hai chiesto a un’AI di scrivere le condoglianze per un collega che ha perso il padre. Il testo è perfetto. Perché ti sembra comunque sbagliato inviarlo così?

    Epitteto — nel Manuale, il testo in cui l’allievo Arriano raccolse i suoi insegnamenti — apre con una distinzione che regge tutta la filosofia stoica: alcune cose dipendono da noi — giudizi, intenzioni, scelte — altre no — il corpo*, la reputazione, gli eventi esterni. La serenità nasce dal riconoscere questo confine: soffriamo quando trattiamo come nostro ciò che non lo è, o deleghiamo ciò che ci appartiene.

    Delegare a un’AI un giudizio o una responsabilità morale che dipende da te è lo stesso errore di sempre: trattare come esterno ciò che, invece, ti appartiene.

    Prima di far scrivere qualcosa a un’AI, chiediti a chi appartiene quel compito. Un riassunto, una traduzione, la sistemazione di un testo: non dipendono dal tuo giudizio morale, l’AI può farli. Le condoglianze, una scusa, un giudizio su una persona: dipendono da te, dalla tua presenza in quel gesto — e nessun testo tecnicamente perfetto la sostituisce. Il criterio pratico: se il destinatario, sapendo che è stata l’AI a scriverlo, si sentirebbe tradito, quel compito era tuo.

    Il Giardiniere

    *L’idea è questa: tu puoi allenarti, curarti, mangiare bene, ma non controlli davvero il tuo corpo fino in fondo — si ammala, invecchia, subisce incidenti, muore, indipendentemente da quanto tu voglia il contrario. È soggetto a forze esterne (malattia, casualità, il tempo) che restano fuori dal tuo potere di decisione, anche se ci investi cura e attenzione.

    Per gli stoici questo non è un invito a trascurarlo, ma a non riporre lì la propria serenità: se leghi la tua pace interiore a qualcosa che può esserti tolto in ogni momento — la salute, la bellezza, la forza fisica — resti in balìa degli eventi. La cosa che davvero dipende da te, per Epitteto, è solo l’uso che fai della tua mente: i giudizi, le scelte, le reazioni a ciò che accade — quello sì, resta sempre in tuo potere, qualunque cosa succeda al corpo.

  • L’allenamento come ecosistema

    L’allenamento come ecosistema

    Handford, C., Davids, K., Bennett, S., Button, C. (1997), Journal of Sports Sciences

    Qui la teoria diventa pratica per la prima volta. Gli autori traducono le idee ecologiche in una proposta operativa per l’allenamento: il comportamento motorio emerge dall’interazione di tre categorie di vincoli — individuali (altezza, livello, fatica), ambientali (superficie, luce, contesto) e del compito (regole, spazio, punteggio). Nessuna di queste categorie, da sola, spiega il movimento: è la loro combinazione dinamica a farlo emergere.

    L’articolo critica esplicitamente la pratica tradizionale basata sulla scomposizione del gesto in sotto-abilità isolate, allenate separatamente e poi “rimontate”.

    Il riflesso pratico. Nasce qui l’idea che un esercizio non è una sequenza di correzioni ma un ecosistema progettato: l’allenatore sceglie quali vincoli manipolare — non quali istruzioni dare — e osserva cosa emerge. È l’antenato diretto di ogni tabella “vincoli manipolabili” che si trova oggi in qualunque manuale di coaching ecologico.

  • Più uno

    Più uno

    Ernesto Maria Ruffini – Feltrinelli

  • Cosa è cambiato davvero, il martedì sera prima dell’allenamento

    Cosa è cambiato davvero, il martedì sera prima dell’allenamento

    Nei primi due articoli di questa serie ho raccontato da dove sono partito — un modo di allenare che scomponeva il gioco in pezzi isolati, e che a un certo punto ha smesso di funzionare — e come ho ripensato lo strumento con cui preparo gli allenamenti, passando da un quaderno di esercizi a qualcosa che mi aiuta a pensare per vincoli. Restava una domanda, ed è quella con cui avevo chiuso il secondo pezzo: cosa cambia davvero, nella pratica di ogni settimana, quando questo strumento esiste per davvero e non solo sulla carta?

    Ho pensato a lungo a come rispondere senza scrivere l’ennesimo elenco di funzionalità. Alla fine ho deciso di raccontarlo attraverso quello che è cambiato in me, più che nello strumento.
    Il tempo che prima sprecavo a ricordare

    La prima cosa che ho notato, e onestamente la più banale, è quanta energia mentale spendevo prima solo a ricordare. Cosa avevo fatto due settimane fa. Se avevo già proposto quella variante o una simile. Se una certa giocatrice aveva accusato affaticamento nell’ultima seduta o se me lo stavo solo immaginando. Prima di preparare qualsiasi cosa, dovevo prima ricostruire il contesto a memoria, e lo facevo sempre in modo imperfetto.

    Ora quel lavoro di ricostruzione non lo faccio più io da zero: lo strumento mi restituisce subito il quadro — cosa è successo, cosa hanno segnalato i ragazzi nei questionari veloci di fine seduta, quali vincoli ho già insistito a manipolare. La conseguenza pratica è che il tempo che prima spendevo a “ricordarmi” ora lo spendo a decidere. È un tempo di qualità completamente diversa, e me ne sono accorto solo dopo qualche settimana, non subito — all’inizio pensavo semplicemente di essere più organizzato, poi ho capito che era un altro tipo di lavoro mentale.
    Quello che ho dovuto correggere

    Sarei disonesto se raccontassi solo la parte che ha funzionato. La prima versione dello strumento mi proponeva sedute tecnicamente corrette — rispettavano la struttura, includevano un momento di coordinazione reale, avevano un’intenzione dichiarata — ma a volte “sentivo” che qualcosa non tornava. Il filo conduttore c’era sulla carta, ma non era davvero lo stesso su tutti gli esercizi della seduta: uno di questi rispondeva a una logica leggermente diversa dagli altri, anche se preso singolarmente era ben costruito.

    Mi ci è voluto un po’ per riuscire a spiegare cosa non mi convinceva, perché all’inizio era solo una sensazione, non un’osservazione precisa. Ho dovuto imparare io per primo a essere più esigente nel dichiarare l’intenzione della seduta — non una frase generica tipo “lavorare sulla ricezione”, ma qualcosa che descrivesse davvero il comportamento che volevo veder emergere. Quando ho iniziato a essere più preciso io, anche le proposte sono diventate più coerenti. È stata una lezione che non mi aspettavo: lo strumento non compensa la vaghezza, la amplifica. Se il mio pensiero è confuso, ottengo una seduta confusa scritta bene.

    L’altra correzione ha riguardato la tentazione, mia, di accettare una proposta senza discuterla davvero. Le prime settimane approvavo quasi tutto quello che veniva fuori, perché sembrava già valido e perché costava fatica mettersi a modificarlo. Ho dovuto rallentare apposta, imporre a me stesso di leggere ogni proposta chiedendomi non “va bene?” ma “è la scelta migliore per questa squadra, in questo momento?”. Sono due domande molto diverse, e solo la seconda mi tiene davvero nel ruolo di allenatore.
    Quello che mi ha sorpreso di più

    C’è anche una sorpresa più piccola, quasi buffa: mi sono accorto che avere una memoria affidabile dei vincoli già usati mi ha reso più coraggioso, non più prudente. Sapendo con certezza cosa ho già proposto, sono più disposto a provare qualcosa di davvero nuovo nella prossima seduta, invece di rifugiarmi per abitudine in ciò che conosco meglio. Pensavo che uno strumento del genere mi avrebbe reso più metodico. Non mi aspettavo che mi rendesse anche più libero.
    Cosa resta un mio compito, e resterà sempre

    Chiudo questa serie con la cosa più importante, quella che rischio di dare per scontata dopo tre articoli passati a parlare di strumenti e principi: nessuno di questi cambiamenti sostituisce lo sguardo in palestra. Lo strumento mi aiuta a non dimenticare, a non ripetermi per pigrizia, a portare in ogni seduta la stessa coerenza di intenzione. Ma la decisione su cosa quella squadra, quella sera, ha davvero bisogno di vedere — quella resta, e deve restare, un giudizio umano.

    Se questa serie ha un messaggio unico, forse è questo: il problema che avevo non era la mancanza di uno strumento. Era che continuavo a pensare per esercizi invece che per vincoli. Lo strumento è arrivato dopo, per sostenere un cambiamento di sguardo che era già cominciato nella mia testa. Senza quel cambiamento prima, lo strumento sarebbe stato solo un quaderno più grande — e come ho scritto nel secondo articolo, di quello non avevo affatto bisogno.

    Il Giardiniere

  • Mettere in discussione il metodo cognitivista

    Mettere in discussione il metodo cognitivista

    Davids, K., Handford, C., Williams, A.M. (1994), Journal of Sports Sciences, 12(6), 495–528

    Nel 1994 la scienza del movimento sportivo ragiona quasi interamente per analogia con il computer: il cervello riceve dati sensoriali, li elabora attraverso rappresentazioni interne, produce un comando motorio, i muscoli eseguono. Davids, Handford e Williams mettono in discussione questo impianto alla radice, non solo nei dettagli.

    Gli autori sostengono che il modello cognitivista, pur dominante, non spiega bene fenomeni osservati da tempo nello sport: la rapidità con cui un atleta esperto reagisce a un evento (troppo veloce per un calcolo elaborato passo dopo passo), o la variabilità dei gesti riusciti in situazioni diverse. Propongono un’alternativa fondata su due pilastri: la psicologia della percezione diretta di Gibson (l’ambiente offre direttamente informazioni utilizzabili per l’azione, senza bisogno di elaborazione mentale complessa) e la teoria dei sistemi dinamici, già introdotta nel movimento umano da Kelso. L’atleta non calcola una risposta: si accoppia direttamente con le informazioni dell’ambiente.

    Non è solo una critica filosofica. Gli autori chiedono esplicitamente un dialogo interdisciplinare tra scienza dello sport, fisica dei sistemi complessi e psicologia ecologica — un invito che la comunità scientifica accoglierà solo negli anni successivi, dando origine a tutta la linea di ricerca che arriverà fino a Araújo, Renshaw e Davids negli anni 2000.

    Il riflesso pratico. Se l’atleta non è un computer che elabora istruzioni, allenarlo con sempre più istruzioni verbali dettagliate va contro la natura del sistema che si vuole sviluppare. È qui che comincia a spostarsi il ruolo dell’allenatore: da chi “installa” il gesto corretto nella testa del giocatore, a chi costruisce le condizioni ambientali perché il gesto giusto emerga da solo — l’allenatore giardiniere, non l’allenatore programmatore.

    Limite da tenere a mente. È un articolo teorico, un manifesto programmatico: non presenta dati sperimentali propri, ma apre un campo di ricerca che altri riempiranno negli anni successivi.

    Il Giardiniere

  • Rumore

    Rumore

    Daniel Kahneman, Olivier Sibony, Cass R. Sunstein – Boblioteca UTET