Tutto il mio mondo

Cosa è cambiato davvero, il martedì sera prima dell’allenamento

Scritto da

in

Nei primi due articoli di questa serie ho raccontato da dove sono partito — un modo di allenare che scomponeva il gioco in pezzi isolati, e che a un certo punto ha smesso di funzionare — e come ho ripensato lo strumento con cui preparo gli allenamenti, passando da un quaderno di esercizi a qualcosa che mi aiuta a pensare per vincoli. Restava una domanda, ed è quella con cui avevo chiuso il secondo pezzo: cosa cambia davvero, nella pratica di ogni settimana, quando questo strumento esiste per davvero e non solo sulla carta?

Ho pensato a lungo a come rispondere senza scrivere l’ennesimo elenco di funzionalità. Alla fine ho deciso di raccontarlo attraverso quello che è cambiato in me, più che nello strumento.
Il tempo che prima sprecavo a ricordare

La prima cosa che ho notato, e onestamente la più banale, è quanta energia mentale spendevo prima solo a ricordare. Cosa avevo fatto due settimane fa. Se avevo già proposto quella variante o una simile. Se una certa giocatrice aveva accusato affaticamento nell’ultima seduta o se me lo stavo solo immaginando. Prima di preparare qualsiasi cosa, dovevo prima ricostruire il contesto a memoria, e lo facevo sempre in modo imperfetto.

Ora quel lavoro di ricostruzione non lo faccio più io da zero: lo strumento mi restituisce subito il quadro — cosa è successo, cosa hanno segnalato i ragazzi nei questionari veloci di fine seduta, quali vincoli ho già insistito a manipolare. La conseguenza pratica è che il tempo che prima spendevo a “ricordarmi” ora lo spendo a decidere. È un tempo di qualità completamente diversa, e me ne sono accorto solo dopo qualche settimana, non subito — all’inizio pensavo semplicemente di essere più organizzato, poi ho capito che era un altro tipo di lavoro mentale.
Quello che ho dovuto correggere

Sarei disonesto se raccontassi solo la parte che ha funzionato. La prima versione dello strumento mi proponeva sedute tecnicamente corrette — rispettavano la struttura, includevano un momento di coordinazione reale, avevano un’intenzione dichiarata — ma a volte “sentivo” che qualcosa non tornava. Il filo conduttore c’era sulla carta, ma non era davvero lo stesso su tutti gli esercizi della seduta: uno di questi rispondeva a una logica leggermente diversa dagli altri, anche se preso singolarmente era ben costruito.

Mi ci è voluto un po’ per riuscire a spiegare cosa non mi convinceva, perché all’inizio era solo una sensazione, non un’osservazione precisa. Ho dovuto imparare io per primo a essere più esigente nel dichiarare l’intenzione della seduta — non una frase generica tipo “lavorare sulla ricezione”, ma qualcosa che descrivesse davvero il comportamento che volevo veder emergere. Quando ho iniziato a essere più preciso io, anche le proposte sono diventate più coerenti. È stata una lezione che non mi aspettavo: lo strumento non compensa la vaghezza, la amplifica. Se il mio pensiero è confuso, ottengo una seduta confusa scritta bene.

L’altra correzione ha riguardato la tentazione, mia, di accettare una proposta senza discuterla davvero. Le prime settimane approvavo quasi tutto quello che veniva fuori, perché sembrava già valido e perché costava fatica mettersi a modificarlo. Ho dovuto rallentare apposta, imporre a me stesso di leggere ogni proposta chiedendomi non “va bene?” ma “è la scelta migliore per questa squadra, in questo momento?”. Sono due domande molto diverse, e solo la seconda mi tiene davvero nel ruolo di allenatore.
Quello che mi ha sorpreso di più

C’è anche una sorpresa più piccola, quasi buffa: mi sono accorto che avere una memoria affidabile dei vincoli già usati mi ha reso più coraggioso, non più prudente. Sapendo con certezza cosa ho già proposto, sono più disposto a provare qualcosa di davvero nuovo nella prossima seduta, invece di rifugiarmi per abitudine in ciò che conosco meglio. Pensavo che uno strumento del genere mi avrebbe reso più metodico. Non mi aspettavo che mi rendesse anche più libero.
Cosa resta un mio compito, e resterà sempre

Chiudo questa serie con la cosa più importante, quella che rischio di dare per scontata dopo tre articoli passati a parlare di strumenti e principi: nessuno di questi cambiamenti sostituisce lo sguardo in palestra. Lo strumento mi aiuta a non dimenticare, a non ripetermi per pigrizia, a portare in ogni seduta la stessa coerenza di intenzione. Ma la decisione su cosa quella squadra, quella sera, ha davvero bisogno di vedere — quella resta, e deve restare, un giudizio umano.

Se questa serie ha un messaggio unico, forse è questo: il problema che avevo non era la mancanza di uno strumento. Era che continuavo a pensare per esercizi invece che per vincoli. Lo strumento è arrivato dopo, per sostenere un cambiamento di sguardo che era già cominciato nella mia testa. Senza quel cambiamento prima, lo strumento sarebbe stato solo un quaderno più grande — e come ho scritto nel secondo articolo, di quello non avevo affatto bisogno.

Il Giardiniere

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *