I due studi della Parte 1 mostrano un effetto – l’ippocampo cresce quando ci si allena – ma non spiegano come un muscolo che si contrae in una gamba possa cambiare qualcosa dall’altra parte del corpo, dentro il cranio. La risposta comincia a prendere forma nel 2013…, quando il gruppo di Christiane Wrann pubblica su Cell Metabolism la scoperta di una catena di segnali che parte dal muscolo e arriva fino ai geni neuroprotettivi dell’ippocampo.
Il primo anello è una proteina con un nome tecnico, PGC-1α, che si attiva nel muscolo durante l’esercizio aerobico. PGC-1α a sua volta induce la produzione di FNDC5, una proteina di membrana che viene tagliata e rilasciata nel sangue in una forma più piccola: l’irisina. È lei la miochina più studiata — il primo vero “messaggero” identificato che dal muscolo raggiunge il cervello e lì accende l’espressione di BDNF, lo stesso fattore neurotrofico già chiamato in causa nello studio di Erickson.
Per anni non era chiaro se l’irisina attraversasse davvero la barriera emato-encefalica o si limitasse ad agire da lontano innescando qualcos’altro. Un tassello importante arriva nel 2023, quando un gruppo guidato da Mu identifica il primo recettore noto per l’irisina: una proteina di membrana chiamata integrina αVβ5, presente in abbondanza proprio sulle cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni del cervello. Non è la prova definitiva di un passaggio diretto, ma è il primo indizio concreto di un punto di aggancio fisico tra la miochina circolante e il tessuto cerebrale.
Il secondo messaggero ha una storia diversa. Nel 2016 Hyo Youl Moon e Henriette van Praag, al National Institute on Aging, non partono da un’ipotesi ma da uno screening: quali proteine rilasciate dal muscolo durante la corsa raggiungono davvero il sangue? Tra i candidati emerge la catepsina B, una proteina fino ad allora poco studiata in questo contesto. Nei topi, la corsa aumenta i livelli di catepsina B nel muscolo e nel plasma; nei topi privati geneticamente della proteina, la corsa smette di produrre i benefici attesi — niente aumento della neurogenesi ippocampale, niente miglioramento della memoria spaziale. Lo stesso schema, sorprendentemente, si ritrova in scimmie rhesus e in esseri umani: dopo quattro mesi di allenamento su tapis roulant, chi migliorava di più la propria capacità aerobica mostrava anche i maggiori aumenti di catepsina B plasmatica — e questi aumenti correlavano con un miglioramento delle prestazioni di memoria.
Due messaggeri diversi, due studi indipendenti, la stessa direzione: il muscolo non si limita a bruciare energia quando lavora. Rilascia segnali chimici mirati, capaci di raggiungere il cervello e agire proprio sulla regione — l’ippocampo — più sensibile all’invecchiamento e più legata alla memoria.
