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Categoria: Emacs

  • Zettelkasten: coltivare pensieri, non accumulare appunti

    Zettelkasten: coltivare pensieri, non accumulare appunti

    Esiste un modo di prendere note che non assomiglia a un quaderno, né a un archivio. Si chiama Zettelkasten, letteralmente “scatola di schede”, e nasce dal metodo di lavoro del sociologo tedesco Niklas Luhmann, che nel corso della sua vita accumulò circa novantamila schede cartacee, ciascuna con un’idea sola, collegate tra loro come una rete. Da quella scatola sono nati decine di libri. Non per merito della memoria di Luhmann, ma per merito del sistema.

    L’idea di fondo

    Il principio è semplice da enunciare e difficile da praticare: ogni nota deve contenere un’unica idea, scritta in modo che si possa capire anche tolta dal contesto in cui è nata. Non un riassunto di un libro, non un elenco di appunti su un argomento, ma un pensiero isolato, autonomo, che può stare in piedi da solo.

    Questa è la differenza principale rispetto a un quaderno di appunti tradizionale. Il quaderno segue il tempo: scrivo quello che leggo, nell’ordine in cui lo leggo. Lo Zettelkasten segue invece le idee: ogni nota viene scritta una volta e poi collegata a tutte le altre note con cui ha senso dialogare, indipendentemente da quando sono state scritte o da quale libro le ha generate.

    Il risultato, nel tempo, non è un archivio da consultare ma una rete da percorrere. Le connessioni tra le note iniziano a generare domande e intuizioni che nessuna delle note singole conteneva. È la differenza tra un mucchio di mattoni e un edificio: i materiali sono gli stessi, ma solo la struttura genera qualcosa in più.

    Le regole che rendono il metodo vivo

    Perché una nota funzioni davvero come cellula di questa rete deve rispettare alcuni criteri precisi: deve essere atomica (una sola idea), chiara (comprensibile fuori contesto), autonoma (ha senso da sola), collegabile (può dialogare con altre note) e rilevante (vale la pena di esistere). Sono criteri severi, e la tentazione di scrivere note-contenitore con dentro tre o quattro idee insieme è costante. Ma è proprio quella disciplina a fare la differenza tra una collezione di appunti e un vero strumento di pensiero.

    Come vorrei usarlo

    L’idea è costruire questa rete di note in Org-mode, dentro Emacs: file di testo puro, organizzati con link interni che collegano una nota all’altra, senza database, senza app proprietarie, senza nulla che possa diventare obsoleto o bloccare l’accesso ai propri pensieri in futuro. Solo testo e collegamenti, che si possono leggere e modificare con qualunque editor, oggi come in vent’anni.

    Non lo vedo come un progetto da completare, ma come un giardino da coltivare: si pianta una nota, se ne pianta un’altra vicino, e con il tempo le radici si intrecciano. Non si sa in anticipo cosa crescerà da quella rete: è proprio questo il punto. Le idee migliori, in genere, non sono quelle che si cercano apposta, ma quelle che spuntano quando due pensieri lontani si incontrano per la prima volta.


    Il Giardiniere

  • Perché ho scelto Emacs

    Perché ho scelto Emacs

    La mia storia con l’informatica è iniziata con Linux ed Emacs, tanti anni fa, sui banchi di studio. Poi il lavoro mi ha portato altrove: macOS, software proprietari, strumenti grafici professionali. Per anni Emacs è rimasto un ricordo lontano, una competenza accantonata. Di recente ho deciso di recuperarla, non per nostalgia, ma perché mi sono accorto che quello strumento aveva ancora qualcosa da offrirmi che gli strumenti moderni non hanno: la possibilità di costruire, pezzo per pezzo, un ambiente di lavoro che risponde esattamente alle mie esigenze.

    Cos’è Emacs, in breve

    Emacs non è semplicemente un editor di testo. È un ambiente programmabile: ogni sua funzione può essere estesa, modificata, ricombinata con poche righe di codice Elisp (il linguaggio di scripting integrato). Questo significa che, partendo da una base essenziale, ho potuto trasformarlo in qualcosa di molto più ampio: un sistema personale per organizzare agenda, note, alimentazione, attività fisica e conoscenza.

    I progetti che ho costruito

    Org-mode e agenda. Il cuore di tutto. Gestisco TODO, scadenze, priorità e un’agenda settimanale direttamente da file di testo semplice, senza dipendere da app esterne o servizi cloud.

    Diario alimentare. Un sistema per tracciare i pasti e i carboidrati assunti ogni giorno, con riepiloghi automatici settimanali. Niente app con pubblicità o abbonamenti: solo testo strutturato e qualche funzione su misura.

    Attività fisica. Allenamenti, camminate, sessioni di pesi: tutto registrato nello stesso ecosistema di file, con tabelle riepilogative generate al volo.

    Zettelkasten. Un archivio di note collegate tra loro, pensato per far emergere connessioni tra argomenti diversi — informatica, pallavolo, alimentazione — invece di tenerli separati in compartimenti stagni.

    Org-clock. Per misurare il tempo dedicato alle attività, con timer che si avviano e fermano con un singolo tasto.

    Email con mu4e. Anche la posta elettronica è rientrata in questo ambiente, gestita da tastiera, senza distrazioni visive.

    A questi si aggiungono gli esperimenti con Python e LaTeX, ancora in corso.

    Cosa troverete nei prossimi articoli

    Ogni progetto elencato qui merita un approfondimento a parte. Nei prossimi articoli entrerò nel dettaglio di ciascuno: come è strutturato, quali comandi uso, quali difficoltà ho incontrato e come le ho risolte. L’obiettivo non è convincere nessuno a passare a Emacs, ma raccontare un percorso di recupero di competenze e di costruzione paziente di uno strumento davvero personale.

    Il Giardiniere

  • Org-mode e agenda: perché ho scelto un file di testo invece di un’app bella e colorata

    Org-mode e agenda: perché ho scelto un file di testo invece di un’app bella e colorata

    C’è una domanda che mi sento fare spesso, appena qualcuno scopre come gestisco la mia agenda: “ma perché non usi Google Calendar? O Todoist, o Notion, o una qualunque delle app fatte apposta per questo, con le notifiche colorate e le icone carine?”

    È una domanda legittima. E per anni non avevo una risposta migliore di “mi piace così”. Ma tornando a usare Emacs dopo tanto tempo, e ricostruendo pezzo per pezzo il mio sistema di agenda dentro org-mode, ho capito meglio cosa cercavo — e perché le app “già fatte” non me lo davano.

    Il problema delle app già pronte

    Le applicazioni di produttività moderne sono progettate per essere immediate. Le apri, e in cinque minuti hai già un evento sul calendario o un task nella lista. Questo è un pregio enorme per la maggior parte delle persone, ed è la ragione per cui quelle app hanno milioni di utenti e io no.

    Ma quella stessa immediatezza nasconde un compromesso che ho iniziato a notare solo con il tempo: ogni app di questo tipo decide per te come deve essere strutturata la tua vita. Decide cosa sia un “progetto”, cosa sia un “task”, come debba apparire una ricorrenza, quali colori assegnare alle priorità. Sono decisioni prese da un team di design, per andare bene al maggior numero di persone possibile. Il risultato è uno strumento che va bene per tutti e benissimo per nessuno.

    C’è poi la questione della dipendenza. Un’app di calendario vive dentro un ecosistema che non controlli: un server proprietario, un account, spesso un abbonamento. Se quel servizio chiude, cambia modello di business, o smette di essere compatibile con qualcosa che usi, la tua agenda va con lui. Ho visto succedere abbastanza volte da diffidarne.

    E infine c’è un punto più sottile, quasi filosofico: la maggior parte di queste app non sono pensate per essere modificate da chi le usa, solo configurate entro i limiti previsti da chi le ha scritte. Puoi scegliere tra le opzioni che ti vengono date. Non puoi aggiungerne di nuove.

    Org-mode ribalta questa logica. Non è un’applicazione con delle funzioni: è un ambiente programmabile in cui la struttura la costruisci tu, un pezzo alla volta, esattamente nella forma che ti serve in quel momento. Non è più bello all’apertura. È più tuo.

    Cos’è, in pratica, un’agenda in org-mode

    Tutto parte da qualcosa di disarmante: un file di testo. Non un database, non un formato proprietario, non una app con un server dietro. Un file .org, leggibile con qualsiasi editor, che sopravvivrà a qualunque software smetta di esistere tra vent’anni.

    Dentro quel file, la struttura è una gerarchia di titoli, esattamente come un documento con capitoli e paragrafi:

    * Progetti
    ** TODO Rifare il sito
    ** In corso Rivedere il piano allenamenti
    * Personale
    ** TODO Prenotare il dentista
    

    Ogni asterisco è un livello di profondità. Ogni riga può diventare un task assegnandole una parola chiave come TODO, IN CORSO, FATTO — parole che io stesso definisco, e che posso associare a colori, scorciatoie da tastiera, e regole (per esempio: un task non può passare a “fatto” se ha dei sotto-task ancora aperti).

    A ogni riga posso aggiungere:

    • una scadenza (DEADLINE), che avvisa quando si avvicina;
    • una programmazione (SCHEDULED), cioè “quando ho intenzione di occuparmene”, che è concettualmente diverso da una scadenza e org-mode lo tratta come tale;
    • dei tag, per raggruppare per contesto (:lavoro:, :casa:, :urgente:);
    • una priorità, se voglio;
    • note e sotto-liste, annidate quanto serve.

    La parte che chiamo “agenda” non è altro che una vista generata al volo su tutti questi file: un comando la interroga, raccoglie tutti i task con scadenza questa settimana, quelli programmati per oggi, quelli in ritardo, e li mostra insieme, ordinati, in un’unica schermata. Non è un file a parte da mantenere aggiornato a mano — è una fotografia calcolata in tempo reale su quello che ho scritto negli altri file.

    Questo è, credo, il punto più difficile da spiegare a chi non ha mai usato org-mode: l’agenda non è dove scrivo le cose. È dove le cose che ho scritto altrove si presentano, filtrate e ordinate secondo la domanda che sto facendo in quel momento (“cosa ho oggi?”, “cosa è in ritardo?”, “cosa riguarda il progetto X?”).

    Qualche accenno alle parti più ostiche

    Non voglio dare l’impressione che sia stato tutto lineare. Ci sono zone di org-mode dove la curva di apprendimento sale bruscamente, e vale la pena nominarle, anche solo per onestà.

    La prima è la gestione dei file multipli. Un’agenda reale non vive in un solo file: io ne ho uno per il lavoro, uno per la sfera personale, uno per i progetti tecnici. Org-mode deve sapere quali file includere nella vista aggregata, e questo si configura con una variabile che elenca i percorsi — banale una volta capito, un po’ oscuro la prima volta che la incontri, perché non è un’impostazione con un pulsante ma una riga da scrivere nella configurazione.

    La seconda è la sintassi delle ricorrenze. Un task che si ripete ogni due settimane, o l’ultimo venerdì del mese, si scrive con una notazione compatta (tipo +2w o ++1m) che sulle prime sembra un geroglifico. Ci ho messo un po’ a interiorizzare la differenza tra i vari simboli di ripetizione, che cambiano il comportamento in modo sottile: se il task rimane “in ritardo” finché non lo segno fatto, o se semplicemente scompare e riappare alla prossima scadenza.

    La terza è la personalizzazione delle viste dell’agenda stessa: si possono scrivere comandi su misura che rispondono a domande specifiche (“mostrami solo i task del progetto pallavolo con priorità alta”), ma per farlo bisogna entrare, almeno un po’, nel linguaggio di query di org-mode. Non serve saper programmare in senso stretto, ma serve accettare di leggere della sintassi che all’inizio non è affatto intuitiva.

    Nessuna di queste cose è necessaria per iniziare. Si può usare org-mode in modo perfettamente utile restando in superficie per mesi, e scendere in profondità solo quando un bisogno reale lo richiede. È un’altra differenza rispetto alle app pronte: lì la complessità è fissa, qui cresce insieme a te.

    Cosa cambia collegando n8n e Telegram

    Qui arriviamo alla parte che, personalmente, trovo più interessante — e anche quella dove sto ancora sperimentando.

    Org-mode da solo ha un limite evidente: vive dentro Emacs, su un computer. Se sono fuori casa e mi viene in mente un task, non ho Emacs in tasca. Per anni questo è stato l’argomento più forte a favore delle app “smart”: la cattura istantanea da telefono.

    La soluzione a cui sto lavorando non è installare un’app di org-mode sul telefono (esistono, ma reintroducono proprio la dipendenza da un ecosistema chiuso che volevo evitare). È invece costruire un ponte fatto di pezzi che già uso: un bot Telegram, e n8n come “collante” che orchestra tutto.

    L’idea di fondo è semplice da descrivere, anche se richiede lavoro per essere fatta bene:

    • Cattura da telefono. Scrivo un messaggio al bot Telegram — “ricordami di chiamare il tecnico domani” — e n8n intercetta quel messaggio tramite un webhook, lo interpreta, e lo trasforma in una riga formattata correttamente dentro il file org giusto, magari sul server dove tengo l’agenda sincronizzata. Non serve aprire Emacs: il testo arriva già pronto, nel formato che org-mode si aspetta.
    • Notifiche proattive. Il flusso inverso è altrettanto utile: un workflow n8n che, a un orario fisso, legge l’agenda del giorno e mi manda un riepilogo su Telegram — “oggi hai tre scadenze e un task programmato”. Niente notifica di sistema che sparisce dopo tre secondi: un messaggio che resta lì, in una chat che controllo comunque.
    • Instradamento intelligente. Con n8n si può anche aggiungere un livello di interpretazione: un messaggio che inizia con “spesa:” finisce nel diario delle uscite, uno con “idea:” finisce nello Zettelkasten invece che nell’agenda. È lo stesso principio dei comandi che uso nel workflow editoriale del giornale — piccole convenzioni testuali che un nodo di automazione riconosce e smista.
    • Sincronizzazione tra macchine. Il pezzo meno affascinante ma più importante: perché tutto questo funzioni, i file org devono essere raggiungibili e coerenti sia dal computer con Emacs sia dal workflow n8n che li scrive. Qui entra in gioco la parte “noiosa” ma necessaria: un repository sincronizzato, o un accesso diretto via rete alla macchina dove vivono i file, con qualche accortezza per evitare che due scritture si sovrappongano nello stesso momento.

    Quello che trovo elegante in questo approccio è che non sto costruendo “un’app di produttività con l’AI dentro”. Sto collegando tra loro strumenti che fanno già bene una cosa sola — Emacs per pensare e organizzare, Telegram per la cattura rapida, n8n per il collegamento — invece di affidarmi a un prodotto unico che fa tutto (male) e decide lui come deve essere la mia giornata.

    Perché vale la fatica

    Torno alla domanda iniziale. Perché non un’app già fatta, bella e colorata?

    Perché quell’app, per quanto ben progettata, resta un contenitore che qualcun altro ha deciso per me. Org-mode è più lento da mettere in piedi, meno immediato, certamente meno “instagrammabile”. Ma alla fine del percorso ho un sistema che parla esattamente la lingua della mia vita — con le sue categorie, le sue priorità, le sue eccezioni — e che continuerò a poter leggere, modificare e capire tra vent’anni, in un file di testo che non dipende da nessun server, nessun abbonamento, nessuna azienda che potrebbe chiudere domani.

    Non è per tutti. Ma per chi ha voglia di costruire, invece che solo di usare, è uno degli strumenti più onesti che abbia mai incontrato.

    Nel prossimo articolo entrerò nel dettaglio del diario alimentare — un altro pezzo dello stesso ecosistema, nato da un’esigenza molto più concreta e quotidiana.

    Il Giardiniere