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Smettere di correggere, iniziare a progettare — come ho ripensato il modo di allenare

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Primo di tre articoli su un progetto che mi ha occupato gli ultimi mesi: trasformare il modo in cui penso e costruisco gli allenamenti di pallavolo. Qui racconto da dove sono partito e perché ho cambiato strada. Nei prossimi due racconterò come ho costruito lo strumento che mi aiuta a farlo, e cosa è cambiato nella pratica di tutti i giorni.


Alleno da diversi anni. Per molto tempo ho fatto quello che fanno quasi tutti gli allenatori: scomporre il gioco in pezzi. La tecnica della ricezione, separata dalla tattica. Il salto d’attacco, allenato a vuoto contro un muro immaginario. La battuta, ripetuta cento volte verso un campo vuoto, per “automatizzare il gesto”.

Funzionava, fino a un certo punto. Poi smetteva di funzionare, e non capivo bene perché. Una giocatrice che eseguiva un gesto perfetto nell’esercizio isolato, in partita si bloccava, sbagliava tempi, leggeva male la situazione. Il gesto c’era. Mancava qualcos’altro.

Il problema che non sapevo nominare

Per anni ho pensato che fosse un problema di “mentalità” o di “esperienza di gara” — cose che si acquisiscono col tempo, giocando, niente che potessi davvero progettare in allenamento. Poi ho iniziato a leggere ricerca sull’apprendimento motorio negli sport di squadra, e ho trovato un nome per quello che vedevo: il paradigma riduzionista.

L’idea di scomporre la prestazione in pezzi isolati — fisico, tecnico, tattico — e allenarli separatamente, per poi sperare che si rimettano insieme da soli in partita. Diversi ricercatori mostrano che questa visione è semplicemente inadeguata per gli sport collettivi. Non perché manchi di rigore, ma perché ignora la cosa più importante: in gara, ogni gesto tecnico accade dentro un contesto decisionale. Una ricezione non è “un bagher fatto bene”: è una decisione presa leggendo il gesto del battitore avversario, un istante prima che la palla parta.

Tolto quel contesto — la macchina lancia-palle al posto del battitore reale, l’alzata da fermo senza nessuno che attacca davvero — il gesto tecnico resta, ma l’informazione che lo guidava in partita è sparita. Si allena un movimento. Non si allena a giocare.

Percepire per agire, agire per percepire

C’è una frase di James Gibson, uno psicologo che ha studiato come percepiamo il mondo per muoverci in esso, che mi ha fatto cambiare visione: dobbiamo percepire per agire, ma è anche vero il contrario — è l’agire stesso, il muoversi, l’esplorare, che ci permette di continuare a percepire. Non è un processo a due fasi separate. È un circolo continuo.

In campo questo si traduce così: un’attaccante non “decide e poi salta”. Decide mentre si muove, leggendo in tempo reale lo spazio che il muro le lascia, la posizione della compagna che corre, l’inclinazione del corpo della palleggiatrice. Quello spazio che si apre tra due muratrici non è un numero su un metro. È un invito ad agire — quello che in questa letteratura si chiama affordance. Esiste anche se nessuno lo vede, ma diventa “visibile” solo per chi ha imparato a riconoscerlo. Per questo le migliori attaccanti, come si dice spesso, “vedono autostrade dove altri vedono solo sentieri”.

Se le cose stanno così, il mio lavoro come allenatore non può essere “insegnare il gesto giusto”. Deve essere: costruire situazioni di allenamento che contengano davvero quegli inviti ad agire, perché solo dentro quelle situazioni una giocatrice può imparare a riconoscerli.

Da correttore a progettista di vincoli

Questo cambia tutto, incluso il mio ruolo durante l’esercizio. Non sono più lì per dire “tieni il gomito più alto”. Sono lì per decidere quali vincoli mettere in campo: quanti giocatori, che dimensione di campo, che tipo di punteggio, che regola speciale. Vincoli che — questo è il punto delicato — devono invitare un certo comportamento, non imporlo.

La differenza è sottile ma decisiva. Dire “dovete attaccare solo in zona 4” è un ordine: rimuove esattamente la decisione che vorrei allenare. Allargare il campo dal lato di banda, rendendo quella scelta più conveniente senza vietare le altre, è un vincolo vero: lascia la decisione alla giocatrice, ma la indirizza. Il mio lavoro è progettare quel secondo tipo di situazione, non il primo.

Allo stesso modo, ho dovuto disfarmi dell’idea che “ripetere tanto” sia di per sé un valore. Uno studioso del movimento, Nicolaj Bernstein, ha mostrato che la pratica efficace non è ripetere lo stesso gesto identico — è ripetere la soluzione allo stesso problema, in condizioni leggermente diverse ogni volta. Il risultato resta stabile. Il modo di arrivarci cambia, deve cambiare, sessione dopo sessione. Per questo ormai considero un errore proporre due volte di fila lo stesso esercizio con lo stesso identico vincolo: non sto allenando niente, sto solo facendo ripetere un automatismo che in gara non esisterà mai identico a se stesso.

Cosa resta da fare

Capire tutto questo è stato il punto di partenza, non l’arrivo. Una volta accettato che il mio compito è progettare vincoli e non correggere gesti, mi sono trovato davanti a un problema molto pratico: come faccio, seduta dopo seduta, a ricordarmi quali vincoli ho già provato, a non riproporre per distrazione lo stesso esercizio identico, a tenere insieme tutta questa complessità senza affogarci dentro?

È lì che ho iniziato a costruire qualcosa. Non un quaderno di esercizi — quello lo avevo già, e non bastava più. Qualcosa che mi aiutasse a pensare in termini di vincoli, non di esercizi. Di questo parlo nel prossimo articolo.


— Il Giardiniere

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